venerdì 30 dicembre 2011

Maggio 2008

venerdì, 23 maggio 2008

- Slobodàn, carissimo.
- Carmine! Che piacere.
- Tutto bene? I tuoi, le ragazze?
- Massì, massì. Non ci possiamo lamentare. Le ragazze sono un fiore poi, vedessi. Ne ho una cinquantina nuove, tutte moldave e lettoni: una delizia, ti scaldano il cuore, guarda. I ragazzi invece  danno sempre qualche grattacapo, ho dovuto eliminarne due giusto l'altro ieri, che facevano un po' troppo i birbantelli. Ma son ragazzi, si sa, ogni tanto gli scappa la mano e tocca rimetterli in riga... Tu piuttosto, hai sistemato quella cosuccia che ti impensieriva?
- Ma sì, niente di che, tutto risolto. È che l'acido diventa ogni giorno più caro, accidenti. Di questo passo andrà a convenire scioglierli nello champagne, andrà.
- Non me lo dire. Fortuna che adesso ripartono le grandi opere e ci saranno tutti i piloni in calcestruzzo che si vuole... quello è una gran comodità, valà. E che mi dici di Pasquale O' Funerale? Sta bene, hai notizie?
- Benone, benone: l'ho sentito settimana scorsa. In gran forma. Si lagna che ha messo su peso, quello sì. Il 41bis è una maledizione per la linea: cucina troppo ricca, troppo poco movimento... io avevo preso più di otto chili, a suo tempo. Ma passa a trovarlo qualche volta che gli fa piacere, lo sai.
- Anche a me, sapessi. È che sai bene, manca sempre il tempo... gli impegni, il lavoro, la famiglia, la Famiglia... Ma mi mancate, sai? Se n'è fatte di cose, insieme, eh?
- Eh, davvero. Che bella compagnia. Quanti bei ricordi. Quando ci penso l'idea che sia tutto finito mi fa proprio tristezza, sai.
- Bisogna esser forti, Carmine mio, bisogna esser forti. Lo diceva sempre mio nonno: Un vero uomo si batte fino alla fine, ma sa accettare la sconfitta.
- Già. Parole sante. E questa volta ci hanno proprio battuto, eh... Finito. Tutto finito.
- E che vuoi farci, quando non si può non si può. A tante cose avete ben tenuto botta, alle infiltrazioni, alle intercettazioni, alle investigazioni fatte a modo, alla fine ne siete sempre usciti fuori. Ma questa cosa qui che non puoi più far girare contanti e assegni sopra i 5.000 euro è un colpo troppo duro. Non ce la si può fare, è inutile, non c'è maniera.
- No, stavolta no. Ci hanno sconfitto, ce l'hanno fatta... maledetti.
- Guarda c' è Escobanez che è di un giù... non se l'aspettava, non se l'aspettava. Tutto ma non questo. Un colpo così, non riesce a farsene una ragione. E non ti dico Alioscia: l'altra sera piangeva come un bambino... sai questi russi quanto son sentimentali.
- Povero caro, digli che sono commosso dalla sua partecipazione, diglielo. Del resto hai ragione tu, tocca arrendersi e darsene pace: hanno vinto, una volta per tutte.
- Pareva impossibile ma sì, finiti... vi hanno finiti. Un colpo da maestro, questo dei 5.000 euro, gli va dato atto.
- Massì, onore al merito. Stavolta ci sono riusciti. Abbiamo perso. E ora ti lascio, Slo, che ho anche da pensare a tutta sta gente che mi tocca licenziare... killer, corrieri, estorsori, spie, trafficanti, puttane... gente che ha famiglia, non mi ci far pensare. Quanti posti di lavoro, quanta gente a spasso... non mi ci far pensare.
- Son problemi grossi eh, lo so bene. Ma vedrai che qualcos'altro da fare lo trovi, coraggio, su, non ti lasciar andare.
- Ma no, non preoccuparti, qualcosa troverò... avevo in animo di aprire un piccolo parrucchiere magari, mia moglie sai, è bravina... Certo, la mafia era un'altra cosa. Tanto lavoro per finire così, che peccato.

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domenica, 11 maggio 2008

Sono preoccupate, le autorità: gli pare siano troppi i matrimoni tra rumeni e magrebini. Gli è sorto l'atroce sospetto che da quando i rumeni - accidenti, ma quanto mai, ma chi l'ha deciso? - sono diventati cittadini europei questa gentaglia si sposi per ottenere più facilmente un permesso di soggiorno.
Orrore.
Occorrono controlli.
Ora, io trovo anche solo l'idea di affacciarsi curiosi e prepotenti a controllare questo campo semplicemente indegna e ripugnante.
Per due, che a me sembrano chiarissimi ed evidenti, motivi.

Primo. A me che qualcuno - chiunque - si permetta di sindacare sui motivi che spingono chicchessia a sposarsi fa inorridire.
Se sposarsi è lecito (che a me non piaccia è tutt'altra questione) allora chiunque sposa chi gli pare e per i motivi - suoi - che più gli aggradano.
A meno che non si consideri opportuno e fattibile un apposito Test di Vero Amore da effettuarsi - tutti - prima di avere il permesso per la celebrazione.
Sarei molto curiosa di vederne lo svolgimento: in apposite affollate sessioni o in tremebondi e sudatissimi tu per tu delle coppiette davanti a una arcigna commissione?
(Io mi son fatta il foglietto, e tu? Noooo, e se ti beccano? Io ho studiato un casino, con Ahmed, siamo preparatissimi, siamo sempre stati dei secchioni tutti e due.)
- Bene signori, dopo lo scritto di lettera d'amore e l'orale di infuocata dichiarazione ora preparatevi alla prova pratica. Gli amplessi si svolgeranno necessariamente entro le ore 12. Al suono della campanella dovranno essere riconsegnati preservativi e reggicalze e verranno immediatamente assegnati i voti. La commissione sorveglierà il corretto svolgimento della prova e chiunque venga sorpreso a copiare verrà immediatamente espulso. Consegnate i cellulari, prego.

Sarei anche molto curiosa di vedere - una volta stabilito che può sposarsi solo chi qualcun altro ha deciso che lo fa solo ed esclusivamente per sincero e puro amore - come se la caverebbero tutte le signorine che si dannano per sposare divetti o calciatori o anziani magnati facoltosi, o tutti quei giovanotti che della promessa sposa non si ricordano affatto il nome ma molto bene la taglia di reggiseno.

Secondo. Il fatto che si trovi orripilante il sospetto che qualcuno possa darsi un gran da fare, con ogni mezzo, per procurarsi un permesso di soggiorno mi lascia del tutto interdetta.
Dato che si era detto che ci facevano paura e ribrezzo i clandestini - che per il solo fatto di esserlo saranno sicuramente anche un po' delinquentelli, almeno un po' - dovrebbe riempirci di gioia questo commovente desiderio di volersi regolarizzare.
Ostinatamente, fervidamente, ad ogni costo, superando tutte le migliaia di ostacoli e trabocchetti e trappole insidiose che gli abbiamo messo sul cammino.
Che stupisce davvero che non siano ancora usciti tutti insieme dai cantieri e dai locali lavanderia, dai campi di pomodoro e dai capezzali delle nonne per andare semplicemente a dire: se non ci volete clandestini regolarizzateci, occazzo.
Per ogni infido e torvo clandestino che brama un permesso di soggiorno dovremmo stappare una bottiglia: un'irregolare in meno, che bello.
E quanto meno pagargli noi i confetti.
Viva gli sposi.


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venerdì, 09 maggio 2008

Mi sono sentita un po' nonno Nanni, oggi. Perché il nonno Nanni ogni primavera riverniciava le imposte della casa sul lago di verde.
Dapprincipio era un signorile colore scuro, il sobrio e novecentesco verde vagone di tutte le case che si affacciano su tutti i laghi.
Poi però la sua scelta ha deviato man mano verso tonalità sempre più squillanti. Forse man mano che gli calava la vista aveva bisogno di colori più accesi, o forse semplicemente gli era virato il gusto sullo sgargiante. Negli ultimi anni le imposte dopo essere passate dall'erba al veronese allo smeraldo erano di un abbacinante verde menta, che inorridiva nonna mamma e zia e piaceva moltissimo a noi bambini perché veniva voglia di leccarle come un ghiacciolo, così lustre.

Ma il fatto è che Nanni una volta dipinte le imposte non si fermava. Dal momento che di vernice ne era avanzata, col pennello e il barattolo in mano colorava di verde tutto quanto gli sembrasse bisognoso di una rinfrescata. O anche solo quello che per combinazione si trovava lì nei pressi. 
La ringhiera del terrazzo, i montanti del pergolato, il balconcino. Ma anche il corrimano delle scale, il sostegno dell'antenna tv e anche un po' l'antenna, il grosso. La panchina sotto il tasso, lo stendibiancheria della nonna, l'altalena, il tavolino del caffè, il monopattino, il rubinetto della canna, una vecchia brocca di alluminio, il cancello, il campanello, la serratura e la chiave.

Così oggi, dopo aver verniciato il muro del bancone della cucina ho guardato il barattolo e ho visto che di vernice ce n'era ancora parecchia. E ho verniciato il calorifero della cucina, che era lì a un passo. Poi quello del soggiorno appena più in là, e poi l'altro dell'ingresso, che se no si vedeva la differenza. E le relative finestre con gli infissi, che a quel punto stonavano con il resto così bello bianco.

Mentre in cima alla scala mi allungavo come un serpente per arrivare allo stipite in alto senza cadere giù in cortile pensavo che l'esercizio serve, e anche la ginnastica e il tango, perché sono molto più capace di distribuire i pesi e di organizzarmi l'equilibrio. E quasi non mi fa più paura la scala, e forse un giorno mi passeranno anche le vertigini e potrò andare in montagna anche su quelle alte.

Mentre verniciavo il calorifero della cucina accucciata sui talloni pensavo alle banche, e perché una volta accertato che sei in grado di renderli e essersi procurate ogni garanzia che lo farai, ti devono chiedere per cosa userai i soldi che ti prestano. Perché poi se dici che devi comprare un'automobile va bene, se vuoi comprare una macchina volante di fil di ferro garza e piume non va, come se le macchine volanti fossero di per sé segno di insolvibilità, parecchio più di un Suv.

Mentre passavo il pennello sull'anta sinistra pensavo al dono di un germoglio di patata e di un vaso con un cespo di violette di bosco, bianche.

Mentre dipingevo lo stipite destro schiacciando il pennello forte poi sempre più leggero pensavo che nonostante il giornale stavo sgocciolando in giro. E che proprio non c'è modo, per quanto si stia attenti, di non fare almeno un po' di danno quando si fa qualcosa. Che qualsiasi cosa tu faccia poi devi un po' sistemare e ripulire, almeno un po'.

Mentre mi concentravo sui dettagli della finestra, proprio vicino al vetro, pensavo a com'è cattivo Tom Waits quando dice Don't care to miss me, I never remebre the names, e ho fatto ripartire la canzone. Ho macchiato di bianco il tastino, ma ci penserò poi.

Mentre andavo via bene, la vernice diluita perfettamente al punto giusto sull'infisso sinistro, pensavo ai gelati, ai pistacchi turchi e alle mandorle, e anche ai mandorli, ai diagrammi di flusso e ai colori delle spezie.

Mentre ritoccavo il bordo in basso pensavo che la prossima volta che di notte ti affaccerai a questa finestra, come ieri, sarà tutta lustra e bianca. Che bello.

Mentre rifinivo con pennellate lente e precise l'intorno della maniglia pensavo che devo ancora fare tutto il cambio di stagione e che ogni volta trabocco di contentezza quando è ora dei vestiti dell'estate,  poi tra una cosa e l'altra devo stirare quaranta metri cubi di biancheria assortita, ma non adesso.

Mentre mescolavo l'acquaragia che c'è scritto che è inodore e non lo è affatto ma comunque sa un po' di pino e mi piace, pensavo se bastavano le sigarette per arrivare a quando dopo aver finito tutto ed essermi lavata e tolta anche quelle due grosse gocce dai capelli avrei potuto, presentabile, scendere a comprarle e ho stabilito che sì.

Mentre mi affacciavo pericolosamente per verniciare il punto più esterno, in alto, pensavo che avevo il sole negli occhi e che non bisognerebbe mai accingersi a qualcosa quando si è abbagliati, ma è così tanto bello che magari fare cose senza vederne con precisione i contorni e i confini perché un po' tutto ti sfolgora intorno forse viene anche meglio, chissà.

Poi è finita la vernice. E sono andata a bere del vino bianco sul terrazzo.

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mercoledì, 07 maggio 2008

Bene. La settimana si va concludendo com'è iniziata, sotto la lampeggiante insegna della Legge di Murphy. Ma poiché questo bel sole induce a uno sconfinato ottimismo, sono certa che la prossima sarà sotto l'egida della Legge di Sphera:
Se qualcosa può andar bene, in alcuni casi  - se ci credi con tutta l'anima e il cuore, ti ci impegni a fondo sbattendoti forsennatamente notte e giorno e sei straordinariamente fortunato - è possibile che in circostanze particolarmente favorevoli possa andare parzialmente benino.





(e difatti prima, quando sono uscita appena prima che il sole si accovacciasse dietro la collina che sta già diventando tutta bianca di robinie, i batuffoli di polline volavano raggianti e il grillotalpa che tagliava l'erba fabbricava un buon odore, assieme alle rose che esplodono grasse fuori da ogni orto.
E il muro della cascina scintillava di infinitesimi lustrini. Li facevano coi minerali gli intonaci, e sono rocce vive, non scatolini di plastica albicocca.)

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lunedì, 05 maggio 2008

A un capo c'è la tenacia, che è una virtù. All'altro la testardaggine, che è un difetto. 
L'elastico tra i due deve rimanere ottimamente teso, altrimenti la fionda tira da schifo.
Quando senti che si lascia andare, che si allenta, se sei di buon umore fai leva sulla virtù: Dai che va tutto bene, tira forte, ancora un momento tieni duro e vedrai che ce l'hai bell'e fatta. E continua a sorridere che fai più forza, proprio così, sì.
Se sei di malumore punta sul difetto: Assì, pensi che basti questo? Adesso ti faccio vedere che non è così facile: io il mio capo della corda non lo mollo, a costo di tenerlo tra gli incisivi e di rompermi l'ultima unghia intatta, quella a cui avevo dato lo smalto così bene. Poi vediamo chi vince, vieni qui che vediamo.
È molto conveniente avere per ogni virtù un corrispondente gran difetto: magari il sasso non andrà lontano, ma almeno hai un attrezzo per lanciarlo.


(l'arcobaleno di stasera, mentre da una parte rimbombavano con gran fracasso i tuoni e dall'altra faceva lo scemo il sole, è un altro genere di elastico o forse lo stesso: nero di pioggia e e bianco di luce e in mezzo, lanciati in aria, tutti quanti i possibili colori.)

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giovedì 29 dicembre 2011

Aprile 2008

martedì, 29 aprile 2008

C'è una differenza tra una selva, una foresta e un bosco. Per forza, se no non ci sarebbero tre diverse parole.
Però non è facile capirla standoci dentro. E nemmeno da lontano, da una collina molto in là.
Ci dev'essere una precisa distanza allora, intermedia ma forse non a metà strada, da cui si capisce come va chiamata esattamente.
I nomi delle cose sono questione di centimetri.

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domenica, 27 aprile 2008

Timo, rucola, iris, ciliegio, basilico, nepitella, tulipano, rosmarino, menta, pervinca, rucola, peperoncino, prezzemolo, ortensia, rosa rosa, rosa rosa, fico, pervinca, pervinca, ortensia, rosa gialla, piracanta, geranietto tappezzante, falso gelsomino, iris, belladinotte, giglio di san giovanni, rosa rampicante bianca, peperone, nasturzio, bella di notte, oleandro bianco, salvia montana, ranuncolo, prezzemolo, gelsomino, nasturzio, rosa rampicante bianca, cosmea, basilico, salvia a foglia grande, origano, maggiorana, basilico rosso, pomodoro ciliegino, nasturzio, falso gelsomino, pervinca, acetosella, pomodoro ciliegino, rosa arancione, cosmea, anemone, malva, glicine, pervinca, nasturzio, mirtillo gigante, melo, pervinca, rucola, aglio, nasturzio, rosa bianca, prezzemolo, rosmarino, abete, pervinca, melograno, pervinca, belladinotte, biancospino, pomodoro ciliegino, peperoncino, ulivo, lavanda, peperone, zucchina, basilico, zucca, peperone, melanzana, aglio, cipolla, scalogno, cicoria, uva bianca, uva bianca moscatella, basilico limone, tulipano, lattughino, uva nera, lattughino, tulipano, margherita, alloro, menta piperita, noce, violetta, erba cipollina, nontiscordardime, cedrina, dragoncello, lantana, geranio odoroso, geranio odoroso, basilico rosso, basilico limone, peperoncino, finocchietto selvatico, zucca, basilico anice, geranio odoroso.

Gertrude Jekyll raccomandava: "piantare fitto."
Io pianto fitto, e sto pensando di comprare una trentina di metri d'orto, che qui manca lo spazio. Magari anche un paio di galline, un tacchino e un bidone grande con le anguille dentro.

Poi la vita: è folta.

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domenica, 20 aprile 2008



C'è una volta quando senti odor di foglie, ed è iniziato l'autunno. Poi c'è una volta quando senti odor di erba, e comincia la primavera. E anche se faceva freddo era stasera.
Era stasera, quando sono scesa a comprare le sigarette alla Rosa Blu, la pizzeria sulla statale dove si va quando sono finite ed è già tardi.
Svoltando sullo stradone nel soffio dei camion, entrando in una disperata luce gialla dove la prima cosa che vedi è la gamba gonfia di qualcuno con un calzetto bianco ben tirato e un mocassino che sporge dal primo tavolo a destra, quasi sulla porta.
E dove ti vende le sigarette un signore tarchiato e desolato in canottiera e parannanza tutto l'anno, bianche ma non davvero bianche, mai. Perché il forno a legna è proprio lì dietro al banco, e lui è sempre sudato e attonito, estate e inverno, e si muove lento come una medusa. Sotto le sopracciglia unite da un triangolo di baffo umido gli occhi non ti guardano mai, mai a fuoco, mai davvero bene.
Ondeggia adagissimo e tu gli racconti il resto che ti deve con fare discorsivo, e finché non glielo dici che gli hai dato dieci sicché fanno cinqueeuroettoanta, resta lì vago sul cassetto della cassa aperto, le dita incerte, il pelo delle spalle imperlato di sudore.
E la sua moglie testardamente sorridente e disperatamente tinta in biondo prende in mano la situazione, e le monete. E ti dice ciao bella con tanto affetto che pensi ti salverebbe la vita a prezzo della sua, nel caso, mentre già un po' distratta porta un trancio discutibile a un tavolo di pensionati astiosi, che non la ringraziano e non rispondono al tuo buonasera. Slitta con le sue anche fiorate nella luce gialla, non hanno acceso tutte le luci stasera, solo quelle della sala piccola. E la rosa blu ticchetta e sfrigola civetta, fuori, addosso al respiro dei camion che sventolano lembi di carta e padane utilitarie.
Che odore di erba c'è, mammamia.


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mercoledì, 16 aprile 2008



Intanto, la cavalletta.


Locuste al momento non ve ne posso mostrare. Probabilmente sono tutte rimpiattate con le antenne ben avvolte intorno ad aspettare che spiova.
Però c'è questa cavalletta, intanto. Che non è una cavalletta, ma il suo simulacro: il suo fantasma, magari. È quello che è una cavalletta in mancanza della cavalletta.
È anche l'esatto opposto dell'oca wireframe di qualche tempo fa: quella solo nervatura e struttura, questa solo involucro. E pensa, mi piacciono moltissimo tutte e due: l'oca senza oca intorno, la cavalletta senza cavalletta dentro.
Probabilmente è quello che sta tra le due, che è il difficile.

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venerdì, 11 aprile 2008

Però il sotterraneo potrebbe essere anche progettato, oltre che per seppellirci la moglie, per custodire i fucili.
Perché qualche milione di fucili occupa in effetti un bello spazio e le massaie del guerresco popolo padano, così amanti dell’ordine e della pulizia da tagliare i ciliegi perché i loro leggiadri, delicati petali “fanno giù sporco”, presumibilmente non vogliono doppiette accatastate a rigare i comò o spingarde ammonticchiate sulle ottomane.
Si era anche parlato di cannoni, se non erro, e quelli certo non li puoi infilare nel sottolavello.
Il vicino, della cui padana fierezza si sono già avute orgogliose rivendicazioni, sta scavando una polveriera, una casamatta sotterranea. E una notte o l’altra delle prossime vedrò furtivi pedemontani in assetto di guerra stiparci dentro milioni di fucili, e carabine e colubrine, e mortai e schioppi, e casse di pallettoni e barili di polvere da sparo.
Dovrò stare attenta, prossimamente, a spegnere le sigarette nel cortile.

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giovedì 22 dicembre 2011

Febbraio 2008

venerdì, 22 febbraio 2008

Volevo dire delle locuste. Ma un'altra volta.
A un terzo della distanza tra lo zenith e il tramonto, e quasi esattamente appesa sull'ovest, c'è mezza luna. Lustra lucente e ridanciana come una fetta d'anguria.
Solo che non è mezza, è intera.
Non ci sono cose mezze, o quarti. Solo interi.
Il resto è una questione di vista. O di illuminazione.

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mercoledì, 20 febbraio 2008


Che poi pensavo: una volta in fondo per molti era una consolazione.
"Il Signore l'ha voluto con sè". "Oggi riposa tra le braccia del Signore". "Un nuovo angioletto ci sorride dal cielo". "Non addoloratevi, finalmente esulta nella pace eterna, dove non ci sono più pene né dolori". "Siamo solo di passaggio, in questo mondo: sia fatta la volontà di Dio." "Ora è nella luce, gioite."
Poteva essere - per moltissimi era - consolante, nel dolore di una perdita, aggrapparsi alle parole del vecchio curato che ricordava che la vera vita, quella circonfusa di pace e gioia, era quella che veniva dopo. Pensare che chi se n'era andato aveva lasciato le sofferenze terrene per raggiungere un luogo di infinita abbagliante bellezza e sorrideva per l'eternità nella luce.
Com'è che invece dalle stesse persone viene ora questo rifiuto ad ogni costo della morte, questo opporvisi frenetico anche al di là di ogni ragionevolezza e pietà, questo rifiuto di lasciare andare chiunque, per quanto malato terminalissimo, per quanto feto abortito, per quanto vegetale senza più nulla di umano se non le fattezze, questa opposizione feroce con le unghie e coi denti e i tubi e le cannule a lasciare che una povera anima torni finalmente tra le braccia del Creatore?
Com'è che non si sente più parlare di anima immortale e di carne che è polvere, insignificante involucro di passaggio, dono transitorio che viene dato e tolto ma il senso vero è altrove, e invece a questa carne ci si avvinghia, torturata e a pezzi ma che ci sia, la Vita è carne terrena altrimenti non è?
Cos'è successo, che la Chiesa non crede più nel Paradiso?

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domenica, 17 febbraio 2008


(I leghisti sono offesissimi. "Non solo vengono a portarci via il lavoro, adesso gli albanesi - i kossovari, quella gente lì - ci rubano anche la secessione. L'avevamo pensata prima noi, uffa. Tutti delinquenti e ladri. E anche copioni.")

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domenica, 17 febbraio 2008

La bandiera l'ho già pronta, l'inno devo un po' sistemarlo che non mi convince il finale.
Domani proclamo l'indipendenza di via Cornello.
Sto già mettendo su da mangiare per le truppe di interposizione, li aspetto da un momento all'altro.
Le Nazioni Unite hanno detto che si può. Siccome sono piccina e più simpatica dei miei vicini - che in passato sono stati anche un bel po' prepotentelli, quindi cosa vogliono - hanno detto che non c'è problema. Anzi, brava, che rivendico la mia libertà. Si festeggia, domani.
Gli amici che aspetto a cena abbiano pazienza se le formalità di dogana saranno magari un po' lunghette finché non abbiamo preso su un po' la mano.
I saggi di tutto il mondo, i più insigni giuristi, i politologi più illustri e al di là delle parti, sono mesi che si strappano i capelli dicendo che perdio, no, non si fa. Che il principio della sovranità territoriale è uno dei cardini indiscussi del diritto internazionale, che buttarlo alle ortiche significa mandare tutto a catafascio. Che se si scavalca allegramente questo si mina alle fondamenta tutto quanto. Che poi allora vale tutto. Che poi si rischiano casini nemmeno immaginabili. Che la giuliva violazione di principi giuridici così basilari è un piano inclinato pericolosissimo, che guerre mondiali sono iniziate per molto meno.
Ma se stai dietro a tutto quel che dicono 'sti parrucconi non ti muovi più. Creatività ci vuole nel diritto, flessibilità, fantasia.
Certo poi si muoverà subito la Corsica, che è dal '700 che non vede l'ora.
I baschi e gli irlandesi del nord sono un po' invidiosi quando pensano che non c'era mica bisogno di passare decenni a metter bombe, un sacco di sangue, un sacco di morti: bastava fare un po' i piangina e lasciar balenare che si faceva un dispetto alla Russia e bell'e fatto. Ma bando alle recriminazioni, che c'è un sacco da fare adesso che si diventa tutti indipendenti.
La Cecenia brinda da un mese e i Catalani stanno bardando di gagliardetti la Sagrada Familia.
La Scozia che da trecento anni non ha mai smesso di avercela un po' su per questa storia dell'unificazione delle corone ha fatto mente locale che col petrolio del mare del nord se la può cavare benino e ha inviato sei squadre di geometri in kilt a fare i rilievi del Vallo di Adriano, che se si riesce a risparmiare sul filo spinato per i confini male non fa.
Il Texas sta meditando di rifare la sua repubblica che funzionava così bene, e ripigliarsi per l'occasione i vari pezzettini del New Mexico, dell'Oklahoma, del Kansas, del Colorado e del Wyoming che erano suoi, echeccazzo. 
Le Hawaii non hanno mai digerito l'invasione, l'annessione e il molto dubbio referendum che ne è seguito, e finalmente inanellano fiori per il riscatto e la vittoria dell'attivo e fiero movimento indipendentista a cui nessuno ha mai dato minimamente retta.
Da queste parti certo nessuno vedrà come un problema che gli altoatesini vadano per conto loro - son sempre stati crucchi nell'animo, e chi li vuole - e nemmeno che si dichiari indipendente la Sardegna, che si metta con la Corsica e si tenga quel rompiballe di Soru e non se ne parli più. E che a Orio al Serio le pratiche doganali vengano espletate dalle truppe brembane, una volta superato lo scoglio del dialetto in effetti un po' ostico non è poi questo gran fastidio.
Mi permetterei però di suggerire a Toscana, Umbria ed Emilia Romagna di darsi una mossa: sono terre ricche e produttive, di immenso patrimonio culturale e storico, di amministrazione progredita e civile. Chi glielo fa fare di stare in compagnia di leghisti e terroni? Certo poi l'integrità territoriale va un po' a farsi benedire, con una repubblica in mezzo alla penisola, e per andare da Milano a Roma tocca fare il giro largo dal mare o farsi la frontiera a Parma, ma nessuno può avere a che dire: che se non bastasse il beneplacito delle Nazioni Unite toscani e romagnoli son sanguigni, si sa, ci mettono un attimo a metter mano alla doppietta.
Hanno un bel dire questi Cassandroni, questi cavillosi profeti di sventura - che non a caso sui giornali vengono relegati in un trafiletto marginale, se proprio volete leggere cosa dicono questi leggetelo, ma magari no: gli abbiamo messo un titolo piccolissimo e solo perché proprio dovevamo, ma sono isterismi del tutto irrilevanti, girate pure pagina e state sereni - nessuno ha voglia di ascoltarli, nell'euforia delle privatizzazioni.
Io no di certo, che ho anche da fare. Preparate lo spumante, io intanto vado a rifinire l'inno e a battere un po' di moneta.

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mercoledì 21 dicembre 2011

Gennaio 2008

mercoledì, 30 gennaio 2008

Un popolo di briganti, divieti e controllori.

Adesso io inizio ad offendermi, però.
Appena il tempo di salire sul treno e trovo affissi, sotto forma di targhette e cartellini apposti, avvitati, incollati a pareti, porte e finestrini quattordici – li ho contati, quattordici - divieti.
Alcuni sono divieti semplici, la maggior parte sono assoluti divieti, taluni sono assoluti con punti esclamativi.
Un adesivo nuovo nuovo posto all'altezza degli occhi, inoltre, mi minaccia di severissime sanzioni qualora venissi pescato senza biglietto, specificando chiaramente di fare attenzione perché i controlli sono stati di recente molto potenziati. Il tono e il contenuto sono chiarissimi: sappiamo che cercherai di non pagare il biglietto, guarda che però non scappi, e quando ti becco sono cazzi.
E io mi offendo.
Non vedo alcuna ragione perché una persona qualunque, un onesto lavoratore, un cittadino incensurato, si debba sentir dare del ladruncolo di prima mattina.

Debba sentire dare per certo e per scontato che cercherà di fare il manigoldo, di non pagare, di andare a sfroso, di viaggiare da clandestino nella stiva del pendolare cercando con ogni sotterfugio di sfuggire alle maglie della legge.
Magari cercando anche affacciarsi dal finestrino di quando in quando, per colmare la misura. O di scendere e salire a convoglio in movimento - presumibilmente per confondere le tracce - o addirittura di imboscarsi trattenendosi nei passaggi di intercomunicazione.
L’una cosa tra l'altro essendo - evidentemente, a chiunque sia sano di mente - pericolosa e l'altra noiosissima (per quale motivo al mondo una persona dovrebbe desiderare tanto ardentemente di trattenersi in un passaggio di intercomunicazione da rendere necessario proibirglielo con foga non mi è chiaro, ma forse io non sono un delinquente tanto incallito da vederne le sconfinate opportunità).
A nessuno passa per la mente di salire o scendere da un treno in corsa, soprattutto da quando le porte sono automatiche e quindi ermeticamente chiuse. 
È del tutto impossibile, però è proibitissimo.

Non pagare il biglietto invece è possibile. Anzi, è diventato oggettivamente piuttosto difficile pagarlo, da quando sono state eliminate le biglietterie.
Le ingombranti macchine che, tolti i capoluoghi di provincia, nessuno ha mai visto senza il foglietto a pennarello "fuori servizio" non sono di grande utilità e le edicole - laddove ce ne sia una nei pressi, sia aperta e sia fornita - vendono solo biglietti chilometrici.
Se essendo in pensione ed essendo una bella domenica di primavera decido all'improvviso di andare a trovare mia cognata a Sestri Levante partendo da una stazione minore, non c'è alcun modo di procurarsi un titolo di viaggio valido.
Ma nonostante tutta la fatica e la frustrazione che comporta la ricerca di un biglietto e la sua corretta obliterazione ce lo sobbarchiamo, questo lavoro.
Da anni e anni paghiamo il biglietto. Perché siamo persone oneste. Tolto qualche quattordicenne che risparmia i soldi per pagarsi una pizzetta in più e qualche sedicenne per pagarsi le sigarette - le cui somme indebitamente trafugate vengono ampiamente ripagate dalle multe che prima o poi immancabilmente prendono - noialtri il biglietto lo paghiamo.
Nonostante tutto, lo paghiamo.
Nonostante da anni se vuoi essere sicuro di non mancare un appuntamento sia di prassi prendere il treno prima di quello che secondo orario ti lasciava un ampio margine, e se sei un tipo ansioso anche due treni prima.
Nonostante non si spieghi come il rigore igienista che costringe qualunque baretto a sottostare a snervanti procedure HACCP per evitare che il cliente possa entrare in contatto con un singolo sopravvissuto batterio lasci il posto, nel campo dei trasporti, a una rude sbrigatività basata sul principio che un po' di sporco non ha mai fatto male a nessuno.
E non saremo mica donnette schifiltose, no? Già tanto che la diligenza non la assaltano più gli indiani, il resto sono tutti anticorpi, e viaggiare non è roba per signorine, si sa.
Nonostante i treni siano nostri. Come mi faceva giustamente notare un bimbetto tempo fa "se dici che le tasse servono per pagare gli ospedali, i treni, l'elettricità che arriva nelle case, come mai dopo averli pagati con le tasse li devi pagare ancora?" In effetti, molto meglio crescerli da veri Padani fin da piccini: se non sai dell'esistenza delle tasse non ne potrai restar turbato.
Nello specifico, i treni erano nostri. Di fatto, senza chiederci il permesso, sono state prese delle cose che erano di tutti e ci è stato detto che da quel momento in poi erano private. Io per esempio li volevo, i treni. Non mi piace che siano di qualcun altro, visto che ci viaggio io.

Ma nonostante. Nonostante, io il biglietto lo pago.
E sono un cliente.
Se quando entro in una boutique vedessi affissi in gran evidenza vistosi cartelli che dicessero "Guarda che ti vedo, se rubi, eh!" e subito dopo un nerboruto figuro mi sbattesse faccia al muro chiedendomi "Allora, vediamo, cos'hai intenzione di sgraffignare oggi?" penso ragionevolmente che me ne andrei.
E succede invece che anziché accogliermi con un Buongiorno gentile cliente, in cosa possiamo servirla, oggi? sono stati creati adesso, in aggiunta ai normali controllori, degli speciali reparti Antievasione.
Costoro si presentano sotto forma di squadre armate di ricetrasmittenti e giubbotti fluorescenti
e sbarrano la discesa dai convogli ingiungendo la presentazione del biglietto. 
O sotto forma di signori in inquietante gessato e atteggiamento protervo che - a bordo di un mezzo col riscaldamento rotto e in consistente ritardo - ti riprendono severamente perché l'abbonamento non basta doverlo cercare per mare e per terra, non basta doverlo obliterare, bisogna lavorarci ancora un po' su, compilandolo con cura compreso, COMPRESO (e qui alza la voce, il severissimo verificatore) il numero della settimana! Ci sono multe, per queste cose, sa! E chi diavolo sa quale mai sarà il numero della corrente settimana dell'anno? E perché mai doverlo scrivere a mano quando il timbro dell'obliteratrice riporta - ed è fatto apposta - la data?
Questi accigliati e prepotenti individui, in borghese e non in divisa delle ferrovie, portano al braccio una vistosa fascia "Controllo Antievasione".
Io non sono un ladro, sono un cliente.
E poiché l'acquisto di un biglietto è a tutti gli effetti la stipula di un contratto tra due parti, penso che da domani apporrò ai finestrini adesivi in colori squillanti con le mie norme e i miei divieti. E ne controllerò con estrema attenzione la stretta osservanza. Fioccheranno multe, mi sa.

(Mi dicono che in Finlandia, per dire, se noleggi una barchetta ti dicono semplicemente dove la devi riportare la sera. Niente cauzioni, niente telecamere, niente cartelli minacciosi, niente controllori.
Alla stupefatta domanda di come un sistema del genere possa funzionare la risposta, serena, è che di norma loro si fidano. Si ritiene ragionevole fidarsi del fatto che, fino a prova contraria, le persone siano oneste. Certo, se poi la barca la rubi ti vengono a cercare e rispondi del malfatto. Ma di norma, pare, non succede. Di norma la gente che va in gita non è così ansiosa di delinquere. Di norma la gente tout court non è freneticamente ansiosa di commettere reati.
A meno che, naturalmente, non venga dato per scontato a priori che certamente lo farà.
A quel punto il non farlo diventa, dal punto di vista strettamente logico, del tutto insensato. E tutto si riduce al trito e mesto giochetto del vediamo se ti becco vediamo se ti frego.
Non ti porrai mai il problema di che senso abbia fare delle cose finché l'unica responsabilità che ti viene data è quella di cercare di non farti beccare se non le fai.)

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mercoledì, 16 gennaio 2008

Frammento di oca selvatica, wireframe.


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lunedì, 07 gennaio 2008

In conclusione e inizio d’anno sono stata un tipo di poche parole.
Ho fatto molte cose, in compenso. Cose che si fanno senza parlare un granché, perlopiù.
Cose che si fanno con le mani, perlopiù. Ma non solo.
Tra le altre, ho iniziato la fabbricazione di un'oca selvatica.
Fiorente e maestosa, di fil di ferro e carta velina, conto di farla volare in soggiorno quanto prima.
Ma mi piace così tanto, adesso, che forse la carta non la metterò. Terrò forse sospesa una grande oca wireframe.
Perché l'intelaiatura delle cose, la nuda e scoperta struttura, è quasi sempre commovente, a vederla. Cruda e fredda come la neve in bocca, come un filo di ferro stretto tra i denti.

sabato, 05 gennaio 2008
 
Gennaio



(L’avevo raccontato, il laghetto. Ho lasciato che nevicasse un giorno intero e me ne sono andata a far tutto il giro: in due ore abbondanti non ho incontrato anima viva. Solo rumore di neve. La contentezza mi è durata due giorni di fila.)

martedì 20 dicembre 2011

Dicembre 2007

giovedì, 13 dicembre 2007

E però io me li ricordo, gli operai.
Che mi viaggiavano vicino mentre andavo a scuola e riempivano il treno tutto intero e si addormentavano, subito.
E me li ricordo quando gli scioperi esistevano e non si chiamava sciopero il ricatto, e non sembravano sinonimi diritti e privilegi, istanze e prepotenze.
Mi ricordo che quando arrivavano in corteo io pensavo che allora fosse tutto a posto.
Quando arrivavano gli operai, quando arrivavano i metalmeccanici, “Arriva la Breda, sono arrivate la Falck e la Pirelli” io mi sentivo al sicuro.
Perché avevo quattordici anni e in corteo ci andavo, e mai i miei genitori mi han detto di non farlo, ma solo di stare attenta. E “stai vicino agli operai”. Perché c’erano le molotov e i bavagli e le pistole. E anche alla polizia bisognava stare molto attenti.
Ma vicino agli operai non c’era rischio. Non era il posto per qualcuno che facesse troppe pirlate.
E mi rassicuravano le loro mani così grandi e le loro facce così serie, e il fatto che sembrassero tanto forti, anche le donne, anche i più mingherlini. Tanto sicuri, tanto tanti.
Per questo mi sentivo certa, pensa, anche di aver ragione.
Perché nelle mie nebulosissime idee politiche di bambinotta liceale restavo perplessa, spesso, dalla verbosità fumosa e infinita delle assemblee studentesche, restavo sconcertata dalla un po’ isterica smania di romper tutto di certi cuccioli del maggio e dell’autonomia. Quasi sempre non capivo chi avesse ragione, e perché. Ma se arrivavano gli operai allora ero sicura fossimo nel giusto.
Perché son gente seria, perché hanno le palle, perché son stanchi, perché non han mica tempo da perdere. E se dicon loro che questa cosa qui non la si può lasciar passare, allora non può che esser vero, non la si può lasciar passare.
Per questo mi chiedo quand’è che son scomparsi. Quand’è che la classe operaia invece di andare in paradiso si è limitata a diventare un fantasma, quando ha cessato non di esistere ma di essere percepita, quando si è dissolta forse sotto i neon di un centro commerciale, vaporizzata da una raffica di consigli per gli acquisti.
E quando è stato che chi comanda le aziende invece di esserci arrivato salendo dal reparto ci è stato catapultato, già incravattato, da un master in administrescion senza sapere affatto se a fabbricare le piastrelle, i microchip o i motorini che escono coi camion giù dal cortile siano macchine o uomini. O scoiattoli, o gnomi.
E quando e come son riusciti a metterli uno contro l’altro, il regolare e il clandestino, anche se si passano i mattoni sulla stessa impalcatura, anche se dal ponteggio cadono proprio nello stesso modo.
E come son riusciti con tanta facilità a convincere i ragazzini che sia più dignitoso e di valore fare il tronista che il tornitore (che continua a sembrarmi impossibile che quella delle due cose di cui ci si dovrebbe vergognare e quella di cui andare fieri si siano invertite così, senza quasi far rumore).
Mi chiedo quando è stato che hanno iniziato a fare i buoni, a essere così tanto buoni, e silenziosi, e rassegnati, e forse è stato quando li han presi in ostaggio con il mutuo da pagare, quando a tutti noi hanno spiegato, convincendoci fin troppo facilmente, che avere debiti fosse un privilegio e non un cappio.
Mi chiedo anche quando tutti quanti abbiamo iniziato a essere così accomodanti e dolci, così morbidi nell’acquiescenza, così soffici nell’ingoiare precariato e paghe in nero e violazioni di ogni norma, così sonnolenti da accettare sbadigliando di scambiare il “nessuno nel mondo dev’essere sfruttato” con un “va bene se siamo un po’ sfruttati tutti, basta che qualcun altro lo sia più di me”,
Deve essere stato più o meno quando abbiamo smesso di pensare che lo Stato siamo noi, che la forza lavoro siamo noi, che i cittadini siamo noi, e abbiamo iniziato a pensare che lo Stato sono “quelli là”, che il lavoro è una debolezza un po’ vergognosa, forse un’elemosina, che i cittadini sono quelli che abitano in città.
E adesso non so come finire questo discorso, non so.
Ma so bene perché l’ho iniziato.

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martedì, 11 dicembre 2007

- Hai finito con questo disegno che è ora di apparecchiare?
- Quasi, sì. È stupendo, guarda.
- Bello, sì.
- Sono troppo bravo. Sono il plotter umano.
- Quella riga lì non va bene.
- Ah cazzo, è vero.
- E già, vedi, non è giusta.
- Taci tu. Cosa vuoi saperne di disegno tecnico tu, che sei ancora ai puntini e alle aste.
- Taci tu, che non è che perché hai finito le medie che sei diventato meno scemo. E non è che perché sei diventato alto sei metri che ti si è ingrandito anche il cervello. Per non parlare del pisello.
- Smettila, tu, che quando ti saranno cresciute le tette potrai parlare di piselli, non prim...
- Smettetela tutti e due, che è ora di apparecchiare. E tu, rifai sta benedetta riga che in effetti fa schifo.
- È che con questa luce mi faccio ombra con la mano. Dovrei avere un braccetto meccanico molto sottile. Dovrei potermi trasformare in uomo plotter, quando serve.
- Fico.
- Eh, sì. Mica con tutti questi superpoteri che non servono a niente. A cosa serve passare nei muri o diventare di fuoco? Meglio potersi trasformare in qualcosa di utile. L'uomo locomotiva. L'uomo ruspa.
- La donna betoniera.
- Che poi chissà quanta gente c'è che sarebbe un supereroe, che saprebbe volare o diventare invisibile e nemmeno gli viene in mente. Perché se sei un coglione non è che saper diventare di roccia ti fa diventar meno pirla.
- E sì. E poi alla fine 'sti supereroi non servono a niente.
- Solo a catturare i cattivi. Che poi di cattivi non ce n'è.
- Ce n'è pochissimi.
- Pochissimi, quasi nessuno. I supereroi non servono a un cazzo. Meglio l'uomo trapano.
- La donna gru.
- L'uomo tram.
- La donna spremiagrumi.


(Poi, a voler guardare, si potrebbe anche dirgli che ci sono dei supereroi che silenziosi, senza far tanta scena e senza mantelli rossi escono di casa la mattina e non la mettono giù tanto dura anche se sanno che magari non tornano la sera. E che se prendono il volo da un'impalcatura o si trasformano in fiamme nessuno li metterà in nessun fumetto.)

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Novembre 2007

lunedì, 19 novembre 2007

E poi insomma, basta. Fuori tutti.
Fuori i rumeni che son tutti zingari e rubano e stuprano le donne.
Fuori gli albanesi che sono bruttini e sporchi e quando non insistono a volerti lavare i vetri è perché rapinano le ville, e nel frattempo stuprano le donne.
Fuori i nordafricani che sono tutti spacciatori di droga e stuprano le donne.
Fuori i musulmani che sono tutti fanatici e vogliono costruire moschee dappertutto invece dei centri commerciali che son così comodi, e aspettano solo di farsi kamikaze per andare a stuprare le loro trenta vergini.
Fuori i sudamericani, che fanno i barbecue nei parchi e bevono troppa birra e si picchiano e fanno un gran casino e stuprano le donne.
Fuori le moldave, le estoni, le lettoni, le lituane che son tutte puttane e sono così strafighe che mio marito gli sbava dietro e non vede l'ora di stuprarne un paio, potendo.
Fuori le nigeriane che non mi paiono granché belle ma son tutte puttane anche loro e mio marito infatti non sbava ma qualche pompino di certo se l'è fatto fare.
E fuori le ucraine che fanno le badanti, così si portino via una buona volta anche la nonna che con sto alzheimer ci ha bell'e rotto le palle.
Fuori i cinesi che siccome costano un quinto mi tocca comprargli le calze e le mutande e le tute dei ragazzi e le felpe e i jeans e le scarpe da ginnastica e dopo la mia ditta non regge la concorrenza e mi mette in cassa integrazione. E stuprano le donne, sicuramente, ma quelle non dicon niente perché dopo trent'anni non sono ancora capaci di parlar la lingua.
Fuori anche gli ebrei perché sembra sembra ma dove ci son di mezzo loro vengon fuori sempre guai.
Fuori gli iraniani, gli afghani, gli uzbeki, i curdi, i ceceni, tutta sta gente di sti posti del cazzo dove non c'è altro da fare che fare i terroristi, e stuprare le donne.
Fuori gli indiani e i pakistani che poi voglion tenere aperto il negozio tutta notte e io invece alle sette e mezza tiro giù la cler, che son mica scemo se voglio guadagnar di più a lavorare più ore, quando mi basta far meno scontrini. E se non stuprano le donne è solo perché con tutto sto esser vegetariani non gli viene neanche duro.
Fuori i senegalesi che sembrano così innocui con le loro borsette false e quell'aria così cordiale da ragazzoni sorridenti che sicuramente nascondono qualcosa. E se le donne non le stupran loro, che i neri si sa quanto sono attrezzati, chi mai le dovrà stuprare.
I filippini, quelli possiamo tenerli, che qualcuno che faccia le pulizie bisognerà pure che ci sia.

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martedì, 06 novembre 2007
 
 grigiore


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Settembre 2007

mercoledì, 19 settembre 2007

Ecco, adesso parliamo di vacanze. Ma come, ancora? Sì, ancora.
Perché il fine che mi ripropongo è quello di riuscire a spalmare su tutto il resto dell'anno quegli elementi che rendono tale una vacanza.
Non è semplice come pare, perché il senso della vacanza non è affatto sovrapponibile al  riposo: c'è chi in questo periodo si dedica ad attività estremamente faticose, così come un sacco di gente si riposa molto ma molto di più quando è sul posto di lavoro.
Ora credo di avere individuato con una certa precisione quali siano i parametri fondamentali, perciò da qui in poi sarà tutta discesa.

Innanzitutto, la vacanza.
In senso etimologico di vuoto, di mancanza. La vacanza è sottrarre. Sfoltire, snellire, ridurre: il superfluo, le presunte necessità che lo sono solo raramente, i bisogni che non lo sono quasi mai, le esigenze, che già la parola esigere mi mette addosso non sai che nervosismo.
I bisogni biologici di base, reali ed effettivi, sono pochi e ben noti: mangiare, bere, dormire, scopare. Se a questi aggiungi il massimo spazio aperto che riesci a ottenere, un minimo riparo dalle intemperie, un po' di silenzio, un po' di amore, un po' di vino e qualche sorriso, hai tutto quello che ti serve e stai benone. Ogni cosa che aggiungi diventa subito un accenno di preoccupazione, un'incombenza, uno sforzo, un peso da portare.
Ti vesti, e ti tocca pensare che non hai niente da metterti per l'occasione. Pigli la macchina e ti tocca metterci della benzina e dar retta anche ai semafori. Ti circondi di cose da comprare e poi ti tocca trovare il modo di guadagnar dei soldi. Accendi la tivù e ti tocca pensare come fare per riuscire contemporaneamente a non morir di noia e a non arrabbiarti troppo. Accendi il telefono e ti tocca di rispondere, magari anche richiamare. Via, via tutto. Più è leggero il bagaglio meno fatica fai.

Poi, il tempo.
Non c'è alcuna necessità di sapere che ora è. Quasi mai.
Guardare un orologio è utile - utile davvero- solo quando devi prendere un treno, un aereo, un bus. Altrimenti, l'approssimazione data dalla luce e dalle tue sensazioni - Oddio che fame: sarà ora di mangiare... Mmmmh, che sonno, è ora di andare a dormire - è largamente sufficiente.
Nella vita quotidiana diciamo che possa servire sapere con esattezza l'ora di uscire di casa per andare a lavorare. Basta e avanza.
Dopo un certo tempo, spesso addirittura mesi o anni, che uno compie delle azioni - più o meno le stesse, più o meno nello stesso ordine - è perfettamente in grado di inanellare le incombenze della giornata e arrivare a sera, senza alcun bisogno di guardare un orologio.
Il quale del resto è un'invenzione assai recente: abbiamo vissuto per centinaia di generazioni facendone tranquillamente a meno, o con giusto un paio di riferimenti tecnici nel corso dell'intero giorno (la campana di mezzogiorno, la meridiana per fissare un'appuntamento all'ora nona, la clessidra per calcolare quanto far cuocere l'ovetto). Più continui a stargli addosso e guardare cosa fa, e misurarlo, più il tempo si innervosisce. E poi ti morde.

Poi ancora, l'incertezza.
Nel senso letterale di assenza di certezze. Le certezze escludono di per sé ogni scoperta: se uno è assolutamente sicuro che il mondo sia piatto se ne sta sdraiato sul divano e non va a trafficare intorno alle Colonne d'Ercole.
Così come la programmazione perfetta ed esaustiva fa passare la voglia, e il senso, di mettersi ad agire. Come sensatamente opinava Picasso "se so con assoluta precisione cosa andrò a fare, a che scopo farlo?".
E se ciò che differenzia il turista dal viaggiatore è che per il primo l'imprevisto è un'ansia e un danno e il secondo parte proprio per andare a vedere ed assaggiare qualcosa che non aveva previsto, allora facciamo programmi, sì, ma per cambiarli appena un momento dopo o per poi decidere di non farne affatto. Andiamo là, va bene. Poi ci avviamo dall'altra parte, c'è più sole, e magari ci fermiamo a metà strada, che questo posto è davvero bello. Magari anche andiamo a dormire subito, che ci siamo accorti ora di esser stanchi. E può essere che chissà, ci si alzi all'alba per la voglia che è venuta di camminare e andare a vedere cosa c'è dietro quella collina, nemmeno l'avevo notata ieri. Mangiamo qualcosa poi là, all'ombra, forse. O forse no. Vediamo.
Se non hai deciso cosa succederà ogni cosa che ti accade è un viaggio. Che quando ti sei alzato dal divano mai immaginavi avresti fatto.

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martedì, 11 settembre 2007

Quando son tornata ho dapprincipio attribuito il frastornamento al poco sonno della traversata tempestosa, alla necessità di dover riaccendere telefono e orologio, a un po' di fame e sete accumulate lungo il viaggio.
Poi mi sono accorta che c'era un sacco di rumore.
Camion, ruspe, tagliaerba, neonati, cani, uccelli, treni, trapani, automobili, radio, voci, martelli, serrande, televisori, innaffiatoi, sirene: una poltiglia di suoni, una cacofonia che mi svarionava come un gatto dentro una grancassa.
Allora ho capito anche perché in vacanza vado dove c'è silenzio, cerco i posti dove non c'è nessuno, dove se non ti muovi e non tira vento fai fatica a sentire anche un solo suono.
Dove stai lì fermo e te lo bevi, il silenzio totale di chilometri senza niente e nessuno, lo inghiotti a sorsi limpido. E ti fa rabbrividire il verso di un gufo, adagio, e il frastuono che fa la luna quando sorge.

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lunedì 19 dicembre 2011

Luglio 2007

sabato, 14 luglio 2007

Se questi sono tra i giorni più lunghi dell'anno, e le notti più brevi, come sono le sere?
Sono più lunghe quando più lungo è il giorno, o lo sono quando è più lunga la notte?
A questo pensavo seduta sul davanzale, così mi è venuto in mente che non sapevo affatto cosa fosse, la sera.
Il giorno e la notte li abbiamo ben definiti col sorgere e calare del sole, e va bene. Le mattine sono abbastanza facili, anche: dall'alba fino all'ora di pranzo, mezzogiorno, diciamo.
Ma la sera un po' sfugge: non puoi dire che inizi al tramonto, perché chi ti fissa un appuntamento alle quattro e mezza in dicembre non dice stasera. E chi ti invita a cena di giugno non dice vieni oggi pomeriggio verso le nove. Non puoi dire che inizi all'ora di cena, perché tutti diciamo ci vediamo stasera per l'aperitivo e l'aperitivo è prima di cena, si sa.
E più difficile ancora è definire quando finisce la sera e inizia la notte. C. che lavora al banco ti dice che "abbiamo chiuso un po' tardi ieri sera, fino alle tre non c'è stato verso", mentre la signora G. è ancora tutta agitata perché ha sentito un rumore nel cuor della notte, saran state le undici, undici e un quarto.
Potrebbe finire a mezzanotte la sera e lì iniziare la notte, potrebbe, ma allora sarebbe una parola molto sbagliata, perché com'è possibile che lo stesso termine indichi di una cosa sia l'inizio che il mezzo?
Potrebbe finire la sera quando vai a dormire, o quando sarebbe stata ora di andare a dormire anche se non ci sei andato, o quando sarebbe stato meglio, molto meglio se ci fossi andato?
Forse dipende dalle stagioni, dalle latitudini e dalle lingue. E gli eschimesi che hanno una sola notte e un giornone solo, avranno sere lunghe tre mesi? E quando dicono stasera intenderanno tra tre ore o tra tre settimane, o sul volgere della stagione?

Perché le stagioni anche, le abbiamo inventate: c'è un punto in cui il sole sta lì e uno dove sta là e segnano il giorno più lungo e il più corto, e va bene. E fan due stagioni. Trovare il punto mediano, dove sono uguali, è fin troppo facile. Ma perché, per esempio, fermarsi lì? Perché non dividerle ancora a metà, otto stagioni, o sedici, o trentadue? Chi l'ha detto che funzionerebbe meno bene?
E chi mai racconta a qualcuno di giugno parlandone come della scorsa primavera? Giugno è estate per tutti anche se lo è per ben pochi giorni, e settembre è per tutti un po' autunno, anche se manca un mese.
Facciamo finta di avere un calendario, ma poi ne usiamo un altro.
Facciamo finta di avere gli stessi giorni, ma ognuno ha i suoi.
S. che ha l'edicola sulla salita da anni organizza una merenda tra le cinque e le sei del mattino, con caffè e vino - e pastasciutta, alle volte.
E ci si ritrova chi consegna i giornali e chi trasporta il latte o i rifiuti, chi si avvia al primo turno, chi è appena uscito dall'ultimo, chi vuol trovar libera la tangenziale per arrivare per tempo in ufficio e chi si fuma l'ultima sigaretta dopo essere andato a ballare.
E per ognuno è un tempo diverso: per qualcuno mattina presto, per chi si è alzato alle tre è già quasi metà giornata - una pastasciuttina ci sta - per chi torna assonnato è sera, ancora, anche se in fondo al cielo è già chiaro.

Così quando, morto di sonno che hai fatto tardi la sera, vai verso il letto e incroci chi sa di mattino e caffè e dentifricio, lì, su quel marciapiede, lì passa la linea del cambio di data: lì scatta un giorno, nello spazio tra i vostri passi e i vostri opposti sbadigli.
Abbiamo ognuno i suoi giorni, come la Domenica che da bambina per badare alle bestie si svegliava un po' presto, ti dice: sì, verso l'una. Come quando ci vediamo per far colazione verso le sette di sera, come quando dici buonanotte e c'è piena luce, di fuori.
Ci sono cose che si sanno sui ritmi circadiani e i bioritmi, e mi sembra di vederli disegnati, quelli di tutti noi tracciati in grafici e curve, in un groviglio di arabeschi. E vedo quelli fatti di onde e picchi, quelli regolari e ritmici come traversine sui binari e quelli come vortici d'acqua nel gorgo del lavandino. Vedo il suo, ondulato e ritmico come il cantare ossessivo della tortora sul tetto, e il suo regolare e puntuto come le maglie sui ferri da calza, e il suo circolare senza sosta come una spirale senza capo.
E il suo come un torrente di cascate e pozze, imprendibile che sembra immoto e smuove, fondo e vorticante di rapide e gorghi, e lagune dove non tocchi.

Il mio è una bava di lumaca che traccia lunghi ghirigori sull'acciaio dolce e crudo del tetto del vagone, mentre il treno corre velocissimo e sferraglia e sbanda in curva e le scompiglia tutti i capellini, proprio ora che aveva fatto una così bella scia, tutta lucida e ondulata.
Schhhh, è quasi notte, è già mattino.




Perché dai, è un po' colpa nostra se si sono aggrovigliati tutti i calendari, se si sono confuse le stagioni. È colpa nostra che abbiamo fatto pasticci con il tempo, con gli orari, con il caldo e il freddo, con le feste comandate. Colpa nostra che lavoriamo di domenica, e di sabato anche. E poi dormiamo di lunedì o di venerdì mattina fino a mezzogiorno. Colpa nostra che il Capodanno lo festeggiamo anche due volte, e non importa quando. Colpa nostra che si finisce di lavorare alle tre e poi si fanno quattro chiacchere e si va a letto coi rumori dell'alba, ma solo per un paio d'ore. Colpa nostra che facciamo i turni e vediamo la moglie ogni tre settimane e mettiamo i cartoni sui vetri della macchina perchè di notte è gelata la brina quando esci, a volte. Colpa nostra, di noi dei camion che scrosciamo tutta la notte dentro i sonni degli impiegati. Colpa di noi signore che si cena alle sei e poi andiamo a far le notti, e colpa dei nostri vecchietti implumi che di notte hanno da raccontare vite intere e sono molto lunghe. Colpa nostra che ci mettiamo una tuta bianca e lavoriamo tutto l'anno a venti gradi con la luce sempre accesa. Che torniamo e guardiamo i cartoni animati prima di andare a dormire mentre giù sulla strada si incamminano i pendolari verso la stazione. Colpa nostra, che abbiamo guardato girare le orbite delle costellazioni e poi siamo andati a bere un caffè, corretto. Nostra, che sui pescherecci facciamo oscillare luci gialle mentre fumando aspettiamo che si svegli il mare. Colpa nostra che chiudiamo il locale col colpo netto di metallo di serranda che sveglia il bar della stazione, squaderna il pacco di giornali buttato all'edicola, rimbomba lo sbadiglio di noi panettieri, caldo di farina. Colpa nostra che guardiamo i film della notte fino alle sei del mattino, colpa nostra che ti chiediamo l'ultima birretta, colpa nostra che lo scuolabus passa quando è ancora buio. Colpa nostra che abbiamo guardato negli occhi tante albe e ne abbiamo visto i sorrisi di luna dai parapetti di una nave, nostra che tanti tramonti li abbiamo mancati nei sotterranei di una metropolitana.
Colpa solo nostra, che abbiamo trovato un piovoso pomeriggio d'autunno in una mattina di luglio, e abbiamo messo al fresco le birre nella neve per berle domani sui sassi della spiaggia sotto il sole. Un sole alto e tondo, pieno di pianeti intorno. 
Colpa nostra, che ci piacciono troppo lo zenith e il nadir e li vogliamo tutti e due, adesso, sempre, insieme.


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giovedì, 12 luglio 2007

Ciao, e grazie. Grazie del Cocuzzolo dei Pini e di avermi insegnato a sciare, anche se non ho mai imparato. E ad arrampicarmi con tre appigli e scendere in corda doppia, anche se mi ha sempre spaventato un po'. Di avermi insegnato a guadare saltando sui sassi e grazie per il Ticino e la canoa. E per le barchette e il Bundi che le noleggiava e le traversate del lago. Grazie per aver giocato tanto, sempre, e averci fatto giocare così bene e per quel gioco bellissimo che ci legavi tutti e dovevamo sciogliere i nodi e imparare a liberarci. Grazie per il Pian del Tivano e per quel giorno in cui abbiamo fatto la traversata del Palanzone, fuori dai sentieri e tra le cavallette e siamo riusciti a scendere fino a valle sudati e stremati e avevamo otto anni e grazie per l'aranciata che abbiamo bevuto poi, finalmente. Grazie per le rane e Moncucco e per i gavettoni sul terrazzo dei nonni che non l'avrebbero permesso a nessun altro che a te, e per la Marinelli e il Bignami e la Gianetti e la Pialleral e la Mambretti e tutti i rifugi e i bivacchi dove ci hai portato e qualche volta trascinato, che siamo stanchi ed è salita, si sale tanto per essere felici. Grazie per il pellegrin che vien da roma e il cacciator del bosco e tutte le altre canzoni. Grazie per il ghiacciaio e il crepaccio da saltare e perché non si deve aver paura, ma stare un po' attenti. Grazie per i cimenti nella neve e per la bicicletta e per le tende nel vuoto stellato dei duemila metri delle Prede Rosse, col frastuono del torrente e quell'indovinello geometrico che abbiamo cercato di risolvere tutto il giorno disegnandolo su tutte le rocce coi legnetti carbonizzati dal fuoco. Grazie per i premi nobel che mettevi in palio per noi cinque, che non ci siamo mai accorti di chi ti era figlio e chi nipote, e quello delle tre scimmiette, il più difficile, è rimasto irrisolto e non l'hai poi assegnato, perché le cose si fanno bene o non si fanno. Grazie per le fiumare del Gargano dove eri riuscito a portare tutti, anche i quattro nonni e nonne, sotto il sole che annichiliva a spaccare le bocce vulcaniche per cercare i quarzi. Non li abbiamo mica trovati, ma ne abbiamo in cantina ancora un paio di quintali, di quei lapilli sferici: i cristalli ci sono di certo in qualcuno, basta cercarli. Grazie per l'orto, e per avermi insegnato che gli asparagi sono i più difficili. Grazie per aver fatto il sindacalista e il pittore, e averci insegnato la lotta di classe e Chagall. E per averci insegnato senza mai dirlo che essere felici è fare cose felici, e le cose felici sono piccole e facili e gratuite e sono lì, basta prenderle. Con buona grazia e un sorriso, e cura. Tanta cura, per le persone, e gli amici e il mondo. Se si può pensare a un secondo papà quello sei tu.
Bisogna arrivare in vetta per vedere cosa c'è dall'altra parte. E in alto c'è tanta aria, e tanto bianco. Ciao zio, e buon viaggio.

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lunedì, 09 luglio 2007

Una cosa che in città si vede proprio male sono gli arcobaleni. Se anche hai abbastanza orizzonte visivo per renderti conto che piove da una parte e c'è il sole dall'altra, e se anche hai abbastanza dimestichezza col fenomeno da sapere dove guardare (no, non tutti lo sanno, non tutti: molti meno di quanti pensiate), comunque per riuscire a vedere qualcosa deve essere un arcobaleno molto alto, a sesto acuto direi. Un arcobaleno gotico fiammeggiante, che riesca a svettare sopra i tetti.
Qui si vedono invece, tutti interi, tondi e radiosi tra i fili luminosi di pioggia.
E questo a mio parere è già un motivo più che sufficiente per abitare in campagna.
Non era di questa opinione, pare, l'anziana signora a cui ho evitato di finire spappolata dal diretto delle sei mezza intimandole un "No, signora!" quando l'ho vista sporgere il piedino e il mocassino verso la passerella con l'idea di passare dietro il treno in sosta, nonostante il semaforo del secondo binario fosse di un verde-via-libera visibile a chilometri.
- Oh, grazie.
- Prego, ci mancherebbe.
(mentre il diretto passava un secondo e mezzo dopo rombando e sferragliando e facendoci turbinare capelli e gonnelle)
- Grazie, davvero molto gentile.
("molto gentile" mi è parso esagerato: viene da chiedersi a che gentilezza sia abituata la signora, per considerare particolarmente cortese l'impedirti di essere travolta da un convoglio in corsa)
- Si figuri.
- Si esce poi, se vado giù di là?
- Si esce sì. In fondo alla banchina si esce. Dipende dove deve andare.
- Vicino al passaggio a livello, sa, dove c'è il bar.
- Ah sì, allora va bene.
- Va anche lei per di lì? Allora vengo con lei, va bene?
- Ma certo.
- Ho da andare dalla dottoressa. La M*******, che sta lì a fianco al bar. Ma non è mica brava, sa.
- Ah, no? Mi sa che è anche la mia, di dottoressa.
- Nooo. Non è mica brava. Oddio, per fare le ricette poi va bene. Ma come, non lo sa se è la sua?
- Eh no. Abito qui da poco, non l'ho ancora conosciuta.
- Omamma. E come mai è venuta ad abitare qui? Da quanto ci abita?
- Son quasi due anni e mezzo. Son venuta perchè mi piaceva, qui.
- Omamma, due anni e mezzo e non ha mai visto la dottoressa?
- Beh son sempre stata bene, di salute. Ma guardi, magari vado lo stesso a fare un giro a conoscerla 'sta dottoressa, un giorno di questi.
- Omamma sì, è meglio, sì. Anche se non è brava. E le piace qui? Le piace questo posto? A me mi fa schifo. Scapperei domani, se potessi.
- Ma sì che mi piace, eccome. Perché le fa schifo, a me pare bello.
- Fa schifo. Io a Milano, voglio tornare. Son venuta qui, va bene, ma appena posso. Adesso, appena posso.
- Oh. E da quanto è qui?
- Trent'anni. Ma mica mi sono ancora abituata. Ecco lì. Il bar.
- Sì, è arrivata. Io vado di qui invece, arrivederla.
- Arrivederla e grazie ancora. E vada via, appena può. Gentaglia, tutta gentaglia. A parte lei, certo. Che difatti non è di qui.

Mentre deviavo pensosa per la mia strada, riflettendo su quanto possa essere di preciso il tempo necessario perché uno "sia di qui", visto che trent'anni a me parevano un intervallo sufficiente, pensavo anche che questa cosa mi capita spesso, questa del far la strada insieme.
Una volta la settimana o giù di lì mi trovo dopo aver dato indicazioni a qualcuno a sentirmi dire se allora va bene che vengo con lei, se va di lì. 
Metà delle volte che sono in giro mi tiro appresso pedoni che mi usano come navigatore.
Così mi è venuto in mente che sarebbe anche un mestiere da inventare, questo. La guida.
Che già esiste, come figura, ma nella giungla o sulle vette (sulle quali peraltro è molto meno utile che per strada giacché in montagna sei di norma su un sentiero, basta che tu lo segua e arrivi in cima. Se esci dal tracciato per buttarti per prati pietraie e canaloni senza avere idea di dove vai a parare ti serve una badante - e severa - piuttosto che una guida).
In città invece servirebbe. Un dedalo di strade, un groviglio di fermate d'autobus, di linee del metrò (in metrò mi capita spessissimo di avere qualcuno al seguito - così mi fa vedere lei eh, signorina, se non le spiace).
Ho una collega che non utilizza il passante - che le verrebbe comodissimo - perché "non l'ha mai preso e non sa bene come fare".
Ho una quantità di conoscenti che non considerano nemmeno l'ipotesi di prendere un treno perché li atterrisce la complicazione degli orari e la difficoltà topografica di raggiungere, oltre alla stazione, il binario giusto.
Conosco un sacco di persone che se devono fare due fermate di metrò e due di autobus e poi tre minuti a piedi prendono la macchina "perchè se no mi incasino, che non so dove andare". In macchina nemmeno, ovviamente: ma girare mezz'ore a vuoto dentro un'auto fa sentire molto meno smarriti che sulle scale mobili, sembra.
Giovani in cerca d'impiego dotati di un certo senso dell'orientamento e di una sufficiente dimestichezza con la topografia e il trasporto pubblico, fatevi avanti.
- Scusi, sa mica per andare in via...
- Ma prego, l'accompagno io. Fanno due euro, più il biglietto del metrò. E se guarda là in fondo, a est, - no, non lì, l'est è di là - le faccio anche vedere dov'è l'arcobaleno.

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Giugno 2007

mercoledì, 20 giugno 2007

- Allora, come andiamo?
- Eh, male. Andiamo male. Sta pioggia…
- E lo so che a lei piace particolarmente l’emergenza siccità, lo so. Ma mica sempre si riesce. E poi l’abbiamo fatta per quasi tutto il mese scorso, su.
- Sì, ma vuol mettere? I fiumi in secca, i campi con le piantine vizze, la desertificazione, le torme di beduini a galoppare tra i cactus della pianura padana… Vabbè, sarà per la prossima. È che anche l’emergenza alluvione, non so, mi pare un po’ tirata…
- Ma no, ma no, con sta pioggerellina dolce dolce non funziona. Trovi qualcos’altro.
- Almeno arrivasse l’afa. Ho già pronto tutto, con anche un decalogo di raccomandazioni per gli anziani, che sono i più a rischio perché…
- Sì, sì, lo so, lo so... Anzi, magari non diamogli troppo spazio al decalogo, che dopo tutte le volte che l’abbiam pubblicato ormai 'sti vecchietti avranno anche imparato che devono stare all’ombra, vestirsi leggeri e bere tanta acqua.
- Macché, macché! Sapesse, son come bambini: bisogna ripetergliele cento volte, le cose.
- Comunque, si stava dicendo… vediamo un po’… le epidemie ormai ci han fatto due palle così: la salmonella ha visto, ha funzionato ben poco… no, no ci vuole altro…
- L’emergenza pedofilia? Quella piace un casino.
- Ellosò, ma l’abbiam fatta tre settimane fa… Mi faccia vedere il calendarietto… ecco, vede: pedofilia quattro settimane all’anno, non di più. È un tema delicato, non bisogna abusarne. Omicidi in famiglia come andiamo?
- Direttore, quelli ci son sempre, si sa. Ma settimana scorsa è stata tutta su 'sta roba, sull’emergenza Coltello in Tinello: l’abbiamo spremuta fino all’osso mi sa…
- Mh. Niente niente?
- Mah, un paio di uxoricidi ci sono, come al solito, ma faccende noiose: niente squartamenti, una pistolettata e morta lì. Poco sugo.
- Nessun extracomunitario sospettato, nessun pluriassassino liberato dall’indulto, niente…?
- Naaah, niente. Delittucci passionali, tutti rei confessi… roba anonima, una zuppa.
- Ebbè, allora facciamo lo stupro. Da quant’è che non lo facciamo, lo stupro?
- Ah beh sì, mi faccia vedere… Sì, sì, è un bel pezzettino ormai che l’emergenza stupro non esce. Buona idea, facciamo quella.
- Ottimo, a posto. Mi raccomando, sia allarmante. Punti molto sullo spaventoso aumento, sulle statistiche agghiaccianti.
- Capo, di stupri dal dopoguerra ce n’è sempre lo stesso numero ogni anno, uno più uno meno…
- Ecco, appunto: uno più. Stupri in aumento: è emergenza. Guardi che titolo, gliel’ho già bell’e che fatto. Che materiale abbiamo, c’è qualcosa di raccapricciante?
- Poca roba, mi sa. C’è sta tipa cha aveva perso il treno e ha accettato di andare a dormire a casa di un tizio conosciuto in stazione…
- Più che raccapricciante è cretina, questa.
- È quel che dico anch’io… ha dichiarato che sua mamma l’aveva ripetutamente messa in guardia dall’accettare caramelle dagli sconosciuti, ma che questo signore non aveva l’impermeabile slacciato e non ha nemmeno menzionato le caramelle, quindi lei ha ritenuto molto ragionevolmente di andare sul sicuro. E poi sempre meglio che passare la notte in stazione, con tutta la gentaglia che c’è in giro.
- Mh. Emergenza oca giuliva, più che altro. Vabbè, accontentiamoci. Calchi molto sull’insicurezza delle città, sulla ferocia del maschio moderno frustrato, sull’aumento esponenziale, sulle statistiche agghiaccianti…
- Sì, quello l’ha già detto. Ho preso nota.
- Ecco, bravo. Punti molto anche sul dettaglio, sulle orribili sevizie.
- Non mi pare risulti sia stata seviziata… aspetti che controllo…
- Ma su, ma che vuol dire questo, lei non ha idea di quante donne si vergognino a descrivere i particolari degli abusi… se li immagini, no? Sarà ben capace di immaginarsi qualche sevizia, dopo tanti anni che fa sto mestiere!
- Benissimo, capo. Vado così allora. Del resto chissà, se abbiamo culo ne saltano fuori uno o due belli, nei prossimi giorni.
- Massì, vedrà, abbia fiducia. Giusto il tempo che torni l'estate. Anzi, guardi, mi par quasi che stia smettendo di piovere: la tenga a portata di mano, quella prima pagina sull’afa.

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mercoledì, 13 giugno 2007

Il supermercatino è sotto la pioggia, obliqua e battente: l’ombrello si lascia fuori, nel portaombrelli di ottone lavorato a fiori che ha messo lì quello del banco salumi, che a queste cose ci pensa.

Alla cassa la ragazzetta, diciassette anni o anche meno, cerca di non far notare, cerca di far passare in fretta senza che nessuno se ne accorga il pacco di assorbenti, suo unico acquisto.
Ma la cassiera è bionda e distratta e mette tutto assieme con la spesa della signora che viene dopo, settantacinque anni, ciabatte e un sorriso di continuo risucchiato sulla dentiera.
- Eh, questi hinn minga meè…
- Oh, scusi è vero, erano della signorina. Erano suoi, vero?
A gran voce: la cassiera non è una donna discreta. E poi è un po’ stanca, a quest’ora. La ragazza avvampa.
Balbetta che sì, sono suoi, sottovoce.
Ride molto divertita, la anziana signora mentre sistema in cinta la gonna di lana, un po’ pesante per questa stagione, in effetti.
- Eh, magari… magari gh’avessi ancora de usaà sti robb chì... eh, magari!
- Ahahahahaa, eh, la gh’ha resuùnn, magari!
- Uh madonna, bei tempi eh, sciura? Magari fudessem ancora cumeè sti tosann chì, eh?
- Ehhhh, magari! Eh, signorina? Bei tempi, eh…! Se ghe vör faa, l’è una röda che gira… Num hèmm fa i noster, adess tuca a lör… né, signorina?
La signorina è rosso profondo. Lei voleva che nessuno ci facesse caso, ai suoi assorbenti, ed ecco che tutto il negozio sghignazza contento, contenti quelli che ci sono ancora dentro, in quei tempi lì, e salaci e contenti quegli altri che li sono lasciati alle spalle, perché mica si son fatti mai mancar niente, ai tempi loro.
Ed erano capaci di riderci sopra anche, di far volteggiare malizia e battute che a tutti questi moderni qui farebbero arrossire anche le orecchie, loro che viaggiano sull'internétt e poi si imbarazzano quando al mercato l’ortolano - si sa che te lo dice - “Eh sciura, come li vuole i cetrioli, bei gross?” “Eh sì, ghe mancariss, mi se hinn minga gross i vöeri nanca vedeè!” “Ahahahah eh, la sciura, ahahahah! La vour la lattuga, l’è bella.”
La ragazzetta alla cassa arrossisce: le chiama “mestruazioni”, non “chì robb liì”, ma non ne parla con nessuno, figurati in pubblico.
Corre via disperata mentre l’ottantenne, terzo nella coda alla cassa, lancia alla cassiera bionda cinquantenne un po’ stanca ma dalle gran tette un complimento di boccaccesca sostanza e sapidità, arrischiando un complicata metafora sulle gioie che avrebbe avuto suo marito, con sta pioggia, sciura, stasera.

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giovedì, 07 giugno 2007


Perché io li osservo molto i diversamente giovani: anziani e bambini sono molto più interessanti degli adulti generici.
Gli adulti, quelli che vedi guardandoti intorno in strada, fanno cose quasi esclusivamente dettate dal dovere o dal dover essere. E devono farle anche di corsa, poverini.
Vecchi e bambini invece fanno quello che hanno voglia o intenzione di fare, e si prendono tutto il tempo che gli pare necessario. Non hanno quasi nessun dovere e pochissima fretta - hanno tutto il tempo davanti o ne hanno così poco che farlo andar via veloce sarebbe da cretini - e sono perciò molto più interessanti (quando trovo un adulto capace di essere intento a fare quello che desidera fare, con tutto il tempo e nel modo che ritiene opportuno per farlo, generalmente me ne innamoro).
I vecchi e i bambini, per esempio, guardano dalla finestra.
Anche dal balcone, appoggiati con le braccia o se sono troppo piccoli attraverso la ringhiera, le mani strette sulle sbarrette, ai lati della testa.
O dal giardinetto, traverso la cancellata che dà sulla strada, o seduti sulla poltroncina di plastica bianca mentre prendono il fresco nell'odore di erba, verso il tramonto.
Non guardano qualcosa, guardano da qualcosa. E quel che vedono, vedono.
Non c'è niente da vedere, dicono quegli altri. Magari gli sembra vedano solo piante, tetti e cortili, magari per un'ora intera.
Ma succedono sempre cose quando guardi dalla finestra. Passa un camion rosso, grosso, là in strada. Poi due passeri volano via. Poi la donnona tira su la veneziana, si sporge un momento e sbadiglia. Poi l'uomo coi capelli rossi porta giù un sacco d'immondizia viola. Poi la ragazza stende il bucato. Poi passa una bici, poi un motorino che fa un gran fracasso. Poi un signore mentre apre la portiera si mette un dito nel naso. Poi il gatto si sveglia e si sposta all'ombra. Poi si affaccia quello di fronte, la sigaretta in mano. Fa un cenno con la testa, l'ha fatto alla signora di sopra quando ha scosso la tovaglia e prima di rientrare si è fermata un momento, ha tolto una foglia secca da un geranio.
Guardano esistere il mondo gli affacciati alle finestre, le vecchiette sotto la pergola, i bimbetti a casa perché è finita la scuola, mattine intere sul balcone mentre la nonna fa le pulizie poi guarda la telenovela, gli omini immobili sulla panchina sotto il tiglio.
Lo guardano, qualcuno col dito in bocca qualcuno no, mentre gli altri tutti affaccendati lo percorrono e attraversano, e provvedono molto indaffarati al suo funzionamento. Ma che senso avrebbe il suo funzionare, tutto quel muovere e spostare e fare disfare e sorgere e tramontare, se non ci fosse qualcuno che lo sta, affacciato e intento, a guardare?

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giovedì 15 dicembre 2011

Maggio 2007

mercoledì, 16 maggio 2007

Quando vado in pensione vado anch'io, a guardare i cantieri.
Sul margine della fettuccia di recinzione, sull'orlo dello scavo, le mani dietro la schiena, l'espressione seria. Ogni tanto dare qualche consiglio anche, un po' a mezza bocca: "La trave là va fissata bene eh, che vien giù." O scuotere appena appena la testa, che quel mestiere che ha fatto quel ragazzo lì, quel magrolino, non mi convince mica.
Non vedo l'ora. Perché adesso ho capito perché lo fanno: per passare il tempo si può anche andare a giocare a bocce, non è quello il punto. 
C'è da spendere un sacco di tempo e di concentrazione invece, di attenzione vigilissima, per capire quello che vorrei tanto capire anch'io. Capire come fanno.

Come fa un manipolo assortito di bergamaschi e algerini, di sessantenni brembani, diciottenni rumeni e torvi quarantenni magrebini a costruire un grattacielo, un raddoppio ferroviario, un'autostrada senza che nessuno gli dica cosa fare.
Qualche cantiere l'ho guardato anch'io, per qualche tempo - sai mai che mi capiti un prepensionamento - e non ho mai visto qualcuno che desse ordini più complessi di quanto può stare in una frase di tre parole, sovente gridata su e giù da un ponteggio: "Tira süü!" "Molla... ancora, ancora... Bona!"
Le istruzioni - molto laconiche e spesso limitate a gesti e suoni gutturali, cosa perfettamente funzionale dato il comprensibile gap linguistico - sono relative ad una azione o a una limitata serie di azioni, e sembrano sufficientemente adeguate allo scopo.
Ma io mi domando come possano correlare con tanta apparente decisione questi frammenti di gesti, quel secchio proprio adesso, quel buco grande così e non di più, col quadro generale: non cesso di domandarmi chi di loro abbia in mente il piano complessivo.

Sono mesi e mesi che, un quarto d'ora ogni mattina, seguo con attenzione i lavori di raddoppio ferroviario. Roba complessa, mica un muretto di cinta: sbancamenti fondi come case di tre piani, posa di immense travi metalliche trasportate e messe in opera da mezzi giganteschi, poderose gettate di cemento con betoniere a torre, chilometri di tondini da saldare, gru, escavatori, perforatori pneumatici, decine di uomini che lavorano, uno qua, tre là, due là in cima, quattro lì in fondo. 
E mai, mai ho visto un disegno.
Mai, in tutti i cantieri che ho osservato in vita mia ho visto un solo pezzetto di carta, uno schizzo, un foglio di bloc-notes.
Nelle pubblicità si vede sempre uno con la faccia da ingegnere e il caschetto giallo che squaderna un disegnone davanti a uno con la faccia da capocantiere, e subito dietro quelli con la faccia da capomastri osservano attenti, tutti col caschetto giallo, mentre i raggi del sole indorano il pulviscolo e i loro rudi e franchi visi abbronzati.
Nella realtà evidentemente ingegneri pallidi e furtivi mostrano di nascosto i disegni al capomastro nottetempo, laggiù nella baracchetta di lamiera, rapidi e in silenzio, al riparo da occhi indiscreti. Il geometra fa il palo sulla porticina e quando l’oscura transazione è terminata mastica e inghiotte il foglio per non lasciare tracce.
Il capomastro poi, la mattina, avendo memorizzato perfettamente tutto il grattacielo, arriva in cantiere e sa esattamente di che misura far tagliare i tondini a Ivan e in che punto Ahmed deve fare la gettata. Nemmeno glielo dice, però. Basta uno sguardo.

Quando c'è, un capomastro. Nella più parte dei cantieri - in quelli delle opere pubbliche direi nella totalità - ci sono operai variamente sparpagliati, ognuno intento al suo lavoro, generalmente, va detto, con molta concentrazione, ma apparentemente nessuno che tiri le fila, che spieghi una procedura in vista di uno scopo, che anche solo a gesti mimi una direzione, una forma, un'altezza.
Rarissimo, tra l'altro, veder qualcuno che prenda una misura. La gettata ecco, fino a lì, questi due dove li saldo, li saldo qui e poi vado avanti a giuntarli fino là, diciamo.
L'altro giorno per questo ho osservato affascinata di stupore la cura con cui un tarzanetto attempato misurava dei pezzini di legno prima di passarli sotto la sega circolare. E poi li accostava uno all'altro e li guardava attento, che fossero bei pari. 
Gliel'avrà detto l'ingegnere all'alba "Falli lunghi un metro e trentatrè", o il capomastro ieri sera sul tardi mentre lo salutava dal furgone, o il capocantiere tre mesi fa, prima di svanire nell'oblio? 
Di certo io non ho visto nessuno che glielo dicesse. Lo sa, ma certo. Sa che per costruire un sottopassaggio automobilistico a tre corsie - in curva - sopra a cui passano due treni van tagliate cinquantasette assicelle lunghe un metro e trentatrè.

E allora mi consolo.
E mi rilasso. 
Incrocio le mani dietro la schiena e mi colma una infinita pace: il capomastro nessuno sa chi sia, il capocantiere non si fa mai vivo e l'ingegnere forse nemmeno esiste, nessuno ha mai visto un disegno e io e Safran qui, che mi tiene la trave, non parliamo nemmeno la stessa lingua. Eppure lo tiriamo su, sto cazzo di grattacielo.

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mercoledì, 02 maggio 2007

Che volete farci, è un periodo di little less conversation.
(more action)
(less connection)

Però tra poco arrivo.

Appunti:
telenovele
afidi
bello
cornacchie
stupri
giocare alle signore/1
giocare alle signore/2
calendari e fusi orari
sms
il protocollo bidella nella pulizia etica
essere qualcun altro
piani di simmetria
vetrinizzazione sociale
dimmi come parli
cincischiare
spadone
bestioline

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